Parlo con le macchine e con gli uomini da quando sono bambino.
Mi affascinava tirare un cavo per metri, dall'unica presa telefonica di casa fino ad una macchina con scritto Olivetti — passando per un modem 56k, ovviamente — e da lì essere connesso al mondo intero. Non contava più dove ti trovassi. Potevi essere nel paese più sconosciuto d'Italia: l'importante era che ci fossero una presa telefonica, un modem e un computer. Era la prima volta che vedevo una tecnologia cancellare una regola che sembrava non negoziabile, quella della distanza.
Per anni ho considerato quel “mondo” una passione, qualcosa da fare nel tempo libero, di cui beneficiare da utente. Uno svago. Solo negli ultimi anni di università — ho studiato giurisprudenza — ho scoperto che poteva connettersi al “mondo reale”. La connessione, però, ai tempi era labile: un'abilitazione di informatica giuridica, nemmeno un esame vero e proprio. Dopo la laurea ho capito che andava potenziata, che dovevo trovare il modo di applicare davvero quella roba, in un mondo ancora convinto di lavorare con la carta bollata. E allora sono andato a Milano, all'Università Statale. Lì ho iniziato a capire. E da quella città — o meglio, da quell'approccio — non me ne sono più andato: è diventato parte di me, e oggi me lo porto dietro ovunque io vada.
Quella che è nata come un'esigenza personale è diventata ben presto un'esigenza reale, anche di mercato. Non ho scelto questa strada perché intercettava una domanda: l'ho scelta perché non riuscivo a lasciarla stare, e solo dopo mi sono accorto che la società stava chiedendo esattamente quella competenza. Questo non è un curriculum. È il motivo per cui, dieci anni dopo, continuo a scrivere di queste cose anche quando nessuno me lo chiede.
Far dialogare due mondi
Il diritto è profondamente tradizionalista, saggio e pone tanti limiti. Ed è giusto che sia così. È tradizionalista perché è stratificato: ogni norma porta dentro di sé la memoria di un errore già commesso da qualcun altro, prima di noi. È saggio per la stessa ragione — non perché sia più intelligente di chi lo applica, ma perché ha più memoria. E pone limiti perché ogni limite, in fondo, è una promessa di protezione fatta a qualcuno che non era nella stanza quando quella regola è stata scritta.
La tecnologia invece è dinamica, giovane ed infinita. Non aspetta la giurisprudenza, non chiede il permesso, non si preoccupa di essere compatibile con l'esistente. Quando incontra un limite, la sua reazione istintiva è aggirarlo — non interrogarlo. Anche questo non è un difetto: è il motore che le permette di produrre in cinque anni ciò che il diritto impiega vent'anni a metabolizzare. Il cavo tirato attraverso il corridoio, alla fine, era esattamente questo: un limite che qualcuno aveva deciso di non accettare.
Far dialogare correttamente i due mondi è il mio obiettivo. Non significa piegare uno all'altro, né stabilire chi ha ragione. Significa fare da traduttore in entrambe le direzioni: spiegare a chi costruisce perché quel limite esiste e cosa protegge davvero, e spiegare a chi regola cosa sta effettivamente accadendo dentro la macchina. Possibilmente prima che accada un danno, non dopo averlo dovuto risarcire. È un lavoro che raramente produce vittorie visibili: quando funziona, non succede niente — e il non-successo di un danno è la cosa più difficile da rivendicare che ci sia.
Il diritto è tradizionalista, saggio e pone limiti. La tecnologia è dinamica, giovane e infinita. Far dialogare correttamente i due mondi è il mio obiettivo.
L'uomo aumentato
L'intelligenza artificiale è stata la variabile che non ha più trattenuto il genere umano dentro i suoi canoni storici, dentro i suoi limiti. Ogni tecnologia precedente aveva esteso il corpo: la leva, la ruota, il motore. Il modem estendeva la voce, la presenza, la portata di uno sguardo. Questa estende ciò che consideravamo il confine ultimo della nostra identità — la capacità di elaborare, di prevedere, di decidere.
Mi piace pensare a un uomo aumentato grazie all'AI. Al prossimo salto generazionale. Alla versione che viene dopo l'homo sapiens sapiens: non per evoluzione biologica, ma per estensione cognitiva. È una prospettiva che, sinceramente, trovo affascinante prima ancora che preoccupante. Ed è la stessa sensazione che avevo a dieci anni davanti a quel modem: la certezza fisica che qualcosa, da domani, non sarebbe più stato come prima.
Su tutto il resto ho dubbi. Su una cosa sola no, e proprio perché è l'unica certezza che mi resta me la tengo stretta: human in command. Un uomo aumentato è un uomo che decide di più e meglio, non un uomo sollevato dal dovere di decidere. L'AI può accelerare una scelta, suggerirla, perfino anticiparla — ma la responsabilità di quella scelta deve restare umana. Non per diffidenza verso la macchina: per rispetto verso chi ne subisce le conseguenze. Un algoritmo non risponde di un errore davanti a un giudice, non porta il peso di una decisione sbagliata, non si sveglia alle quattro del mattino ripensandoci. Una persona sì. È una differenza che nessun progresso tecnico cancella, perché non riguarda la capacità di calcolare: riguarda chi paga.
Il dubbio
Il dubbio, per il resto, mi attanaglia. Che fine farà l'uomo, e la società che l'uomo ha creato, con l'introduzione di questa nuova variabile? Quali saranno i riflessi concreti sul modo in cui viviamo, lavoriamo, ci fidiamo gli uni degli altri? Che fine faranno i diritti e le libertà che abbiamo conquistato con sudore, lacrime e sangue — quelli che oggi diamo per scontati proprio perché qualcuno, prima di noi, li ha pagati a caro prezzo? Questo mutamento sarà pacifico, o come tutti i grandi passaggi produrrà i suoi vinti?
E soprattutto: quali saranno gli effetti sulle fasce più deboli della società?
Quest'ultima non è una domanda astratta, ed è la ragione per cui non riesco a considerarla filosofia. La versione quotidiana di quella asimmetria la vedo dal mio ufficio: sono le PMI che arrivano sempre per ultime, che scoprono una regola quando è già in vigore da un anno, che devono adeguarsi a norme scritte pensando a soggetti con risorse cento volte superiori alle loro. Nessuno le ha convocate al tavolo in cui si decideva. Se questo accade già oggi con la compliance immaginare cosa accadrà quando la posta in gioco sarà l'accesso stesso alle capacità cognitive aumentate non richiede molto pessimismo. Quel cavo tirato nel corridoio funzionava perché bastavano una presa e un modem: era una tecnologia che, per una volta, livellava. Non do per scontato che questa faccia lo stesso.
Non ho una risposta per nessuna di queste domande. Ho solo la convinzione che continuare a porle — anche quando sono scomode, anche quando non portano da nessuna parte — sia l'unico modo per non attraversare questo passaggio da spettatori.
Perché adesso
Perché fino a ieri l'AI suggeriva, e da oggi decide. Gli agenti autonomi non propongono più un'opzione a un umano che sceglie: eseguono, negoziano, firmano, agiscono nel mondo. La differenza non è di grado, è di natura — e il diritto, che sulla distinzione tra chi consiglia e chi risponde ha costruito interi impianti di responsabilità, si trova per la prima volta davanti a un soggetto che agisce senza poter rispondere.
Nel frattempo l'AI Act è passato dall'essere un testo da commentare a un obbligo da applicare, e la distanza tra chi ha capito cosa sta succedendo e chi lo scoprirà dopo si sta allargando invece di ridursi.
È il momento in cui le domande vanno messe per iscritto. Non perché io abbia le risposte, ma perché tra qualche anno voglio poter rileggere cosa pensavo esattamente adesso — e verificare quanto mi sbagliavo. Un manifesto senza data è un'opinione che si aggiusta col senno di poi. Questo ha una data apposta.
Qui si fanno domande
Questo spazio esiste per essere libero: nessuno scopo commerciale, nessuno scopo professionale. Chi cerca assistenza legale e risposte trova, in fondo a ogni pagina, dove rivolgersi. Qui scrivo per me stesso prima che per un pubblico — è il posto dove metto per iscritto i dubbi che non trovano spazio in una consulenza, le domande che mi faccio prima di avere una risposta da dare a un cliente.
Ormai, anche grazie all'AI, l'abbiamo capito: è la domanda il problema, non la risposta. Le risposte si trovano, e si trovano in fretta. Quello che si è fatto raro è saper formulare la domanda giusta, riconoscere quale sia il problema vero prima di correre a risolverlo. È una competenza che non si delega — o almeno, non ancora.
Qui facciamo le domande. Se sei venuto per le risposte, non è il posto giusto. E sì, sto per citare quel film — quello che citano tutti quelli come me, lo so: non sei qui per fare una scelta, quella l'hai già fatta. Sei qui per capire perché l'hai fatta. Perché sono quelle risposte, quelle che ti sei già dato senza accorgertene, la base su cui poggiano tutte le tue decisioni.
In fondo è sempre la stessa cosa di trent'anni fa: tirare un cavo fino a dove non arrivava niente, e vedere cosa succede.